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Bisogni primari in tempo di pandemia

Quali sono i bisogni primari della nostra società? Sono sempre più convinta che la pandemia da COVID-19 ci stia mostrando la difficoltà di rispondere a questa domanda, solo apparentemente banale.

In un momento di emergenza sono proprio i bisogni primari ad essere oggetto di tutela. Tutto il resto può essere messo in pausa e diventare oggetto di rinuncia e di sacrificio, per un periodo più o meno lungo. Tutto il dibattito politico gravita intorno a questo tema e quindi vale la pena fermarsi a riflettere.

Il cibo è un bisogno primario, questo è ovvio. Quindi la filiera alimentare, dalla produzione alla distribuzione, è stata preservata in modo che il diritto al cibo non fosse in pericolo.

La salute è un bisogno primario e questo non è mai stato messo in discussione. Si può ampiamente parlare di come e quanto sia stato garantito a tutti un corretto accesso alle cure, ma è assolutamente certo che laddove non sia accaduto, non è stato per un atteggiamento ideologico (ritenendo cioè che non fosse importante), ma per un limite tecnico in termini di inadeguatezza delle strutture. Non che sia meno grave, ma non mi ritengo competente per aprire un dibattito su questo tema.

Tutto il resto rimane estremamente nebuloso e mostra quanto sia anomala la scala di valori della società in cui viviamo.

Photo by bantersnaps on Unsplash

L’istruzione viene considerata un bisogno primario. Pur facendo i conti con mille limitazioni (in termini di infrastrutture e di competenze), l’indicazione è stata quella di proseguire l’attività avvalendosi della didattica a distanza.

Le aspettative erano abbastanza chiare: gli insegnanti avrebbero incontrato molte difficoltà, ma gli studenti – da veri nativi digitali – si sarebbero sentiti a proprio agio.

Eppure questo ragionamento funziona solo se si considera la scuola come luogo di apprendimento e inizia già a scricchiolare se solo si immagina la scuola come luogo di relazioni. Crolla del tutto, poi, quando si riconosce alla scuola un ruolo di attivazione di altre competenze: personali, sociali, emotive, espressive, intellettuali, tanto per fare alcuni esempi.

Photo by Guilherme Cunha on Unsplash

Il lavoro è un bisogno primario, anche perché la sua assenza mette in crisi quel diritto al cibo che si è aggiudicato il primo posto in questa piccola lista. Non è solo una questione economica, però, ma anche di dignità. La politica si è attivata, bisogna riconoscerlo, con interventi del tutto eccezionali a sostegno di chi si è ritrovato a perdere il lavoro. Ma tutti i lavoratori stagionali, atipici, a chiamata, precari o ancora peggio in nero? Quale margine possono avere per aspettare di accedere agli ammortizzatori sociali? Ma soprattutto: quali possibilità hanno di ricostruirsi un futuro? Perché se siamo d’accordo nel riconoscere che non si tratta solo di una questione economica, allora dobbiamo ammettere che non sarà un ammortizzatore sociale a risolvere la situazione e rimane drammaticamente aperta la questione della dignità.

Photo by John Michael Thomson on Unsplash

La cultura, poi, non si sa cosa sia. Ma se osserviamo quello che sta accadendo, sembra proprio che non sia considerata come un bisogno primario. I libri non lo sono, perché le librerie sono rimaste chiuse e mi sarebbe proprio piaciuto dover impedire assembramenti nelle piccole librerie indipendenti di quartiere. Il teatro, la musica e il mondo dello spettacolo in generale sembra siano stati considerati più come intrattenimento che come cultura. E allora, se di intrattenimento si tratta, possiamo anche rimanere a casa a vedere un po’ di televisione, cosa cambia? Intendiamoci, capisco benissimo che l’attività culturale vada poco d’accordo con il distanziamento sociale reso necessario dalla pandemia. Ma il comparto della cultura non ha visto attivarsi nessun piano alternativo, nessun intervento specifico, come se privare le persone della cultura non fosse nulla di veramente grave. Per altro, chi lavora nel mondo della cultura è creativo, troverà una soluzione.

Ecco, chi lavora nel mondo della cultura e dello spettacolo. Su questo mi sento di aprire una parentesi, perché nella maggior parte dei casi sono proprio quei lavoratori atipici, precari e stagionali di cui sopra. Quindi si può solo immaginare come i problemi aumentino in modo esponenziale per queste persone. 

Quello che capisco è che la pandemia da COVID-19 ha messo in luce tutto ciò che negli anni è stato nascosto sotto il tappeto: una scuola che si misura con le difficoltà dei ragazzi solo grazie ad alcuni insegnanti illuminati, un mondo del lavoro che ha perso di vista il concetto di rispetto e di dignità, un comparto culturale che viene considerato come un privilegio e non una necessità.

Non è la pandemia il problema e non è neanche il bisogno di prendere decisioni politiche ed economiche, perché quelle erano abbastanza obbligate. La questione è il modo in cui siamo arrivati alla pandemia, i problemi che abbiamo evitato di risolvere negli anni, la deriva sociale e culturale a cui ci siamo progressivamente abituati. 

Ora si dice che questa emergenza ci renderà migliori, che la pandemia ci permetterà di non tornare semplicemente a quello che eravamo, ma a qualcosa di meglio. Lo spero sinceramente, ma credo sia possibile solo se ci sapremo chiedere, davvero, quali sono i nostri bisogni primari, come singole persone e come società.


Immagine di copertina: Photo by Dan Gold on Unsplash

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