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PopStory - Retorica della pandemia

Cosa è rimasto della retorica della pandemia?

Durante il lockdown iniziato a marzo 2020, ho osservato incredula la costruzione di una vera e propria retorica della pandemia

Ho osservato incredula molte cose, a dire il vero. Per quanto mi riguarda, il problema non è stato rimanere chiusa in casa e neanche lo smart working (che per fortuna c’è stato!). Il mio problema è stato piuttosto affrontare una situazione che non potevo né prevedere, né tanto meno controllare. Potevo solo rassegnarmi a vivere alla giornata, con il tempo scandito dai bollettini della Protezione Civile e dalle conferenze stampa, e questo non è di certo il mio forte.

All’interno di questo scenario, nasceva la retorica della pandemia

Una retorica fatta di coraggio, solidarietà, sostegno e fiducia. Le persone sembravano essere tutte unite, si affacciavano alle finestre, facevano musica, applaudivano per ringraziare medici e infermieri, si mostravano vicine ai lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo.

Icona della retorica della pandemia è stata da subito l’arcobaleno. Non un arcobaleno qualsiasi, ma un arcobaleno disegnato dalla mano di un bambino, compreso tra due vaporose nuvolette e accompagnato dalla scritta “Andrà tutto bene”.

Il passaggio successivo della retorica della pandemia è stata la certezza del fatto che “diventeremo tutti migliori”. Anche questa è un’idea altamente consolatoria, in parte figlia di una visione finalistica della vita, che tende ad assegnare un significato ad ogni cosa che accade e, appunto, una sua finalità. Quindi, perché una pandemia? Perché ci renda migliori, ci faccia apprezzare ciò che più conta, ci aiuti a rivedere le nostre priorità. 

Ma in parte questa visione deriva anche da una profonda fiducia nel genere umano, nella sua capacità di rinnovarsi e di imparare dalle vicende più drammatiche. 

Non nego che, almeno in parte, questa retorica della pandemia mi abbia toccata. Non nego che, per quanto io sia piuttosto refrattaria ad ogni forma forzatamente consolatoria, ha addolcito anche qualche mia giornata la possibilità di vedere qualcosa di buono in tutto quello che stava succedendo. 

Purtroppo, però, si trattava di retorica. Si trattava della costruzione artificiale di una narrazione corale, in cui le persone si riconoscevano nelle stesse parole, nelle stesse espressioni e si ritrovavano negli stessi appuntamenti. Una retorica che placava gli animi e illudeva di una nuova solidarietà, che però è durata il tempo di un lockdown.

Anzi, anche meno. Già nel corso delle restrizioni più rigide, si è sviluppata la nostra tradizionale tendenza a trovare sempre e comunque un capro espiatorio. Cercare il colpevole è decisamente contrario alla retorica che ci voleva tutti uniti e soprattutto migliori. Ma la giostra dell’untore iniziata in quei giorni non si è ancora esaurita e rimane ancora adesso uno degli sport nazionali.

E poi si sono risvegliati tutti i vizi del nostro vivere comune: la costante critica verso ogni provvedimento e decisione, la maligna idea che esista un disegno nascosto di cui siamo tutti vittime, la presunzione di saperne sempre di più di tutti (degli scienziati, dei medici, degli economisti…), la battaglia degli interessi e delle recriminazioni personali e molto, molto altro.

La coesione sociale che sembrava nascere in quei giorni si è sciolta al sole, non appena siamo usciti dalle nostre case. 

Per conto mio, la retorica della pandemia mi ha fatto sentire profondamente inadeguata. Mentre tutti parlavano di quanto fosse prezioso il tempo che il lockdown ci stava regalando, io non ne avevo a disposizione, concentrata sul lavoro e sull’inventarmi modi per risolvere le mille esigenze quotidiane senza uscire di casa. Mentre tutti elencavano le cose che avrebbero imparato da questo momento, io pensavo che non stavo imparando assolutamente nulla. La sensazione era di essere l’unica persona che stava perdendo un’occasione importante.

Probabilmente sono poco generosa nei confronti di me stessa. Mi sono comportata in modo responsabile, sono stata in casa il più possibile, mi sono dedicata al mio lavoro. Qualcosa ho imparato, in qualche modo la mia vita è cambiata, ma dubito fortemente che io sia diventata una persona migliore. La pandemia è stata, e continua ad essere, una fase significativa della mia vita e non potrebbe mai sfiorarmi senza cambiarmi almeno un po’. Per alcuni aspetti saranno cambiamenti positivi, per altri no e dovrò impegnarmi a risolverli, come molte altre cose che mi sono successe. 

Di sicuro, so distinguere la retorica dall’autenticità e cerco, per quanto possibile, di tenere la mia posizione.


Immagine di copertina: Photo by Mick De Paola on Unsplash

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